Ecco l’ultimo numero della Zuncheiia in versione Pdf:

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Trecentosessantacinque giorni fa se ne parlava soltanto, ma ora eccoci qui: cinque numeri, 1.500 copie consegnate “in mano” ad almeno 402 lettori (voi pomaresi), più di 4.000 visite al sito internet. Numeri che non ci saremmo mai aspettati e che ci hanno piacevolmente stupito. La Zuncheiia festeggia, così, un anno di vita, e lo fa regalandovi un numero speciale, in stile natalizio, contenente le solite ormai storiche rubriche (astronomia, storia, computer,
giardino) e quel qualcosa in più per aiutarvi e accompagnarvi, in qualche modo, anche durante le feste (e qui mi riferisco, in particolare, alla cucina). Buon compleanno a noi, dunque. E Buon Natale a tutti voi.

Valentina Frezzato

E’ una pianta ornamentale perenne diffusa nel periodo natalizio che fiorisce in pieno inverno. Nonostante sia originaria del Centro America, se opportunamente curata può sopravvivere facilmente ai nostri climi. L’altezza massima è di un metro, il fiore della pianta è di colore rosso vivo, rosa o bianco, si chiama bratea ed è in realtà una foglia modificata; e dura per qualche mese, mentre il fiore vero e proprio è nel centro ed è piccolo e giallo, con minuscoli sepali e petali. La stella di Natale ha bisogno di una temperatura minima di 14 gradi e va tenuta lontana dalle correnti d’aria. Può sopportare il freddo più intenso, ma solo per brevi periodi, purché non esposta al gelo. È molto indicata alla vita in casa anche perché possiede la proprietà di rimuovere vapori chimici nocivi dall’aria . Questa sua qualità è stata dimostrata nell’ambito di studi effettuati da scienziati per conto della NASA, l’agenzia aerospaziale americana. Necessita di un ambiente luminoso, durante l’inverno può tollerare il sole diretto ma va
tenuta lontana da fonti di calore. Le innaffiature devono essere scarse durante la fioritura, evitando i ristagni di acqua nel sottovaso. Dopo la fioritura è normale che la pianta perda qualche foglia, senza che questo segnali malattie o sofferenza, per ridargli vitalità si può concimarla con prodotti a base di potassio o fosforo.
In primavera la si può trasferire all’aperto, ma in posizione riparata. Per produrne nuovi esemplari a maggio la si può tagliare a metà, facendo attenzione a proteggersi le mani con i guanti, perché il lattice della pianta è irritante; in seguito va rinvasata utilizzando un terriccio drenante a base di torba. L’operazione va eseguita con delicatezza perché le radici e i fusti sono delicati. Per far rifiorire la stella di Natale da un anno all’altro è necessario mantenerla, al buio 13/14 ore al giorno durante i mesi di ottobre e novembre, coprendola con un telo o con uno scatolone.

In questo numero de “La Zuncheiia” parlerò del sistema operativo nuovo di zecca della Microsoft: Windows 7. Queste sono constatazioni sul campo realizzate da me. Prima cosa importante da sapere è che non si può fare l’aggiornamento da Windows Xp a Windows 7 (per me una pecca poiché ancora milioni di utenti usano Windows Xp), ma per fortuna lo si può fare con Windows Vista (il sistema operativo peggiore di tutti i tempi, come ammesso dalla stessa Microsoft) avendo l’accortezza di scaricare prima un fix per correggere un blocco dell’installazione in aggiornamento. Per chi ha Windows Xp, per passare a Windows 7 bisogna necessariamente formattare il pc con la conseguente perdita di dati; per ovviare a questo è necessario creare un dvd con tutti i documenti personali per poterli riavere nel sistema nuovo. Se non si è certi di poter passare al nuovo S.O. perché si ha un pc datato, al momento dell’installazione si può fare una verifica di compatibilità con l’hardware del pc. Non ci saranno problemi di installazione dei driver delle periferiche, schede video, audio, rete, webcam, gamepad, stampanti multifunzione, monitor e altro. In circa mezz’ora si è pronti ad usare Windows 7. Ci si accorgerà che è molto più veloce all’avvio e ha un’interfaccia grafica che non ha niente a che vedere con i suoi predecessori (lo stile rimane quello: una barra in basso), si vedrà che la barra degli strumenti trasparente e più grande questo perché è il primo S.O. a poter essere usato anche con un monitor touch screen (utilizzabile con le dita). Si sono aggiunte molte funzionalità, tutte tese a migliorare la prestazione della macchina in possesso senza perdere in qualità: tanto è vero che i requisiti minimi sono un processore a 1 Ghz e 1 Gb di memoria Ram.
Windows 7 è utilizzabile con quasi tutti i programmi (anche in modalità di compatibilità non danno problemi), mentre altri bisogna necessariamente aggiornarli all’ultima versione compatibile: pochi sono i programmi incompatibili (Partition Magic è uno di questi). Per i giocatori nessun problema, anzi: la qualità di gioco è migliorata molto per l’utilizzo delle Direct-x 11. Chiaramente bisogna avere una scheda video compatibile con le stesse (anche se io personalmente ne ho una datata ma il gioco è ottimo). Questo perché Windows 7 è ottimizzato: carica in memoria solo quello che è necessario in quel dato momento. Se avessimo voglia di vederci un film con Windows Media Center, il S.O. caricherà in quel momento i codec per la visualizzazione, la barra del volume e la grafica e altre cose, solo per quel momento e alla fine del film chiudendo il programma si chiuderanno tutte le risorse utilizzate, dando modo a noi di utilizzare altri programmi senza perdere in prestazione e qualità.
Questa è stata una piccola presentazione di Windows 7. A mio giudizio è il miglior sistema operativo creato fino ad oggi, certo un po’ caro, ma ne vale la pena. Per chi vuole solo provarlo come ho fatto io, si può fare gratuitamente per ben 90 giorni, poi chiaramente bisogna acquistare una licenza o ritornare al proprio S.O. con la licenza originale in possesso.

Moscalieno

Come preannunciato nell’articolo precedente, l’influenza H1N1 è arrivata e non sono mancate le sorprese. La prima è stata l’anticipazione del picco di massima estensione dei contagi, che è avvenuto a novembre anziché a dicembre. Non sappiamo se ci sarà una seconda ondata, tutto dipenderà dalle nuove mutazioni del virus (che iniziano ad essere segnalate), dalla loro contagiosità e dalle loro caratteristiche antigeniche.
Una seconda sorpresa è costituita da un diffuso clima di diffidenza nei riguardi nel nuovo vaccino che viene distribuito, dovuta ai tempi rapidi di allestimento ed alla presenza di un adiuvante (sostanza che stimola il nostro corpo a “reagire” maggiormente al virus del vaccino, producendo una maggiore quantità di anticorpi), lo squalene, ritenuto, a torto, responsabile di una strana epidemia di malanni che ha colpito i soldati americani reduci dalla cosiddetta “Guerra del Golfo” e sottoposti a vaccinazione contro l’antrace (vaccino peraltro privo di squalene).
A mio avviso la nuova influenza ci ha insegnato due cose:
• Il sistema di sorveglianza sanitaria, rappresentato dalla Organizzazione Mondiale della Salute (WHO) e dei vari Centri di Controllo e Prevenzione delle malattie infettive (CDC), ha funzionato efficacemente, segnalando ed identificando rapidamente il nuovo agente virale;

• L’industria farmaceutica è riuscita a preparare in tempi ristretti un vaccino efficace e sicuro.
Fortunatamente la nuova influenza sinora si è rivelata di blanda gravità, per cui si può discutere sull’utilità della vaccinazione, ma nel caso di un virus più letale, come quello della SARS o dell’aviaria, faremmo a gara per averlo!
Ecco la situazione attuale della pandemia in Italia, secondo il Ministero della Salute:
- Sono state vaccinate al 29 novembre circa 611.425 persone.

- In totale sono 5.030.851 le dosi di vaccino distribuite.

- Totale casi stimati di influenza dall’inizio della pandemia al 29 novembre: 3.455.000

- Totale vittime correlate alla nuova influenza A al 30 novembre: 111

- Percentuale vittime in rapporto al totale dei malati di nuova influenza A: 0,0032 per cento.

- Totale casi che hanno necessitato di assistenza respiratoria al 30 novembre: 391

- Percentuale dei casi che necessitano di assistenza respiratoria in rapporto al totale dei malati: 0,011.
Aggiornato al 3 dicembre 2009 – ore 17.00

Come si può notare la severità della nuova pandemia è veramente bassa, per fortuna, e spero di non dover scrivere altri aggiornamenti!

Gianfranco Durante

Natale! In molte case si allestiscono presepi ed alberi. Anche mia madre prepara il presepe come più di cinquant’anni fa, anzi è proprio lo stesso, che aiutavo a preparare nella mia infanzia. Già una decina di giorni prima si raccoglie il muschio ed un po’ di ghiaia, che viene lavata e messa ad asciugare, si scelgono i ceppi di legno che daranno forma alle montagne e si preparano le statuine (ancora oggi mi soffermo ad guardare quelle che prediligo: il pastore che si porta la mano alla fronte per osservare meglio in lontananza la capanna, con accanto la pecorella zoppa per la rottura di una zampa, esito di una caduta dal tavolo su cui poggiava il presepe).
Alla fine, eccolo lì il presepe, con il suo prato di muschio, la strada di ghiaia, un po’ di farina a mò di neve sui monti, la capanna con la Sacra Famiglia e la cometa sul tetto…
Ma era veramente una cometa quella che hanno visto i Magi? Solo il Vangelo di Matteo riporta la descrizione di un fenomeno celeste: “Quando Gesù’ fu nato a Betlemme di Giudea ai tempi del Re Erode, ecco apparire dall’Oriente a Gerusalemme alcuni Magi, i quali andavano chiedendo dove fosse nato il Re dei Giudei, perché – dicevano – avevano visto la sua stella al suo sorgere ed erano venuti ad adorarlo.. Allora Erode, accolti segretamente i Magi, si informò accuratamente da loro circa l’epoca in cui la stella era apparsa… Udito il Re, essi partirono ed ecco la stella che avevano visto al suo sorgere, apparve di fronte a loro, finché si arrestò sul luogo dove stava il Bambino”.
Se si vuole tentare un’interpretazione storico-scientifica del testo al fine di ricostruire ciò che apparve in cielo in quel periodo, dobbiamo cercare di stabilire quando è nato Gesù. Lo storico Dionigi il piccolo, nel VI secolo, stabilì che l’anno 0, o meglio l’anno 1 del computo cristiano, poiché lo zero non esisteva ancora, coincideva con l’anno 753 dalla fondazione di Roma. Ma la data non è ancora esatta. Infatti Erode morì il 4 a.C. e poiché i Magi lo incontrarono dopo la nascita, Gesù sicuramente nacque prima del 4 a.C. e non oltre il 7 a.C., perché questo è l’anno in cui fu indetto il censimento voluto da Augusto, a causa del quale Giuseppe e Maria si recarono a Betlemme: quindi dobbiamo cercare un qualcosa che apparve in cielo tra il 7 ed il 4 a.C., intorno al 25 dicembre. In questa data forse si celebrava la festa pagana del Sol Invictus, che cadeva nel solstizio invernale di allora, data in cui il sole iniziava a salire man mano in cielo, allungando le giornate. La scelta del 25 dicembre, quindi, rispondeva all’esigenza di contrapporre una festa cristiana ad una pagana.
È molto improbabile che si trattasse di una cometa: infatti l’Evangelista non parla di una cometa, ma genericamente di una stella. Le comete erano ben note anche nell’antichità ed il loro apparire era di solito ritenuto un segno di sventura o di presagio di qualche importante avvenimento. Nel 12 a.C. era apparsa una cometa, quella di Halley e, se ne fosse apparsa un’altra, sarebbe stata descritta anche da altri osservatori. La tradizione della cometa probabilmente affonda le sue radici in un dipinto di Giotto. Il pittore infatti, forse colpito dalla visione della cometa di Halley nel suo passaggio del 1301, dipinse una cometa sulla scena della Natività , nella cappella degli Scrovegni a Padova. È quasi sicuro che il fenomeno astronomico, che coincise con la nascita di Cristo, non fosse un qualcosa di molto appariscente, ma piuttosto un fenomeno importante più per gli astronomi che per la gente comune. I Magi, infatti, appartenevano originariamente a una delle tribù in cui era diviso il popolo dei Medi. Essi costituivano la classe sacerdotale: in Persia infatti, dove vivevano, il loro nome assunse il significato generico di sacerdoti. I Magi esercitavano la professione che oggi definiamo astrologia: alla corte di Babilonia essi interpretavano i segni celesti, osservando i moti delle stelle e dei pianeti, traendone auspici favorevoli o meno. Da perfetti conoscitori della volta celeste quali erano, i Magi sicuramente si resero conto che ciò che videro, nel loro lungo viaggio da Babilonia a Betlemme, era qualcosa di importante per la propria esperienza di studiosi del cielo, anche se poi, a livello popolare, poteva passare del tutto inosservato. Ecco dunque perché furono i Magi a vedere “la stella” e non altri: solo loro erano in grado, come esperti osservatori delle stelle, di apprezzarne la particolarità.
Il famoso astronomo polacco Keplero (1571-1630), coetaneo di Galileo, fu testimone dell’apparizione in cielo, nel 1604, di una supernova nella nostra galassia (sono stelle che terminano la loro esistenza con una esplosione violentissima, che le rende visibili in cielo anche di giorno). Poiché divenne luminosa come Venere, Keplero pensò che potesse trattarsi dello stesso fenomeno descritto da Matteo. Contro questa ipotesi c’è però la durata del fenomeno visto dai Magi, che si protrasse per alcuni mesi, mentre le supernove restano visibili solo per due, tre settimane. Anche Keplero si era reso conto di questa difficoltà, tanto è vero che lui stesso fu il primo a ricercare soluzioni alternative e, forse, ad intuire la verità. Il fatto è che Keplero fu anche testimone, nello stesso periodo, di una spettacolare congiunzione (leggi: avvicinamento prospettico) tra Giove e Saturno, avvenuta nella costellazione dei Pesci alcuni giorni prima del Natale del 1603. Ebbene, facendo dei conti a ritroso Keplero si rese conto che un simile fenomeno era avvenuto anche nel 7 a.C. e poteva benissimo avere avuto un grande significato simbolico per i Magi. Infatti con l’aiuto delle ricostruzioni al computer si è potuto accertare che è effettivamente avvenuta una triplice congiunzione tra Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. Congiunzioni triple tra Giove e Saturno si ripetono ogni 120 anni, ma occorrono circa 800 anni perché questo si ripeta nella costellazione dei Pesci! Questo fenomeno sviluppatosi per un periodo di tempo così lungo da accompagnare i Magi durante tutto il loro viaggio, sembra davvero l’evento celeste ideale descritto nel Vangelo di Matteo. In fondo la costellazione dei Pesci godeva di un significato assolutamente particolare per gli Ebrei, e la presenza contemporanea, in quella regione di cielo, di due pianeti come Giove (simbolo della regalità) e di Saturno (protettore degli Ebrei) non poteva certo passare inosservata. Siamo di fronte quindi ad un fenomeno da sempre considerato mitologico che, grazie alla ricerca astronomica, acquista per la prima volta basi realistiche, e che si era verificato il 29 maggio, il 29 settembre ed il 4 dicembre del 7 a.C.
Riassumendo i fatti, ecco una possibile ricostruzione degli eventi: nel maggio del 7 a.C. i Magi osservano la prima delle tre congiunzioni di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci e le attribuiscono un valore simbolico relativo alla nascita del Messia ebraico. Essendo poi stati in grado di calcolare le successive congiunzioni dei due pianeti, essi si sono messi in cammino per giungere ad ottobre a Gerusalemme e quindi proseguire verso Betlemme per vedere nascere Gesù Bambino a dicembre, data della terza congiunzione.
Qualunque sia la verità è ora di sistemare per bene la cometa sulla capanna. Come sempre.
Buon Natale!

Gianfranco Durante

A dire la verità, non rammento il motivo per il quale, in quel duro inverno e nei giorni del crudo Gennaio, parte della mia famiglia fosse a Pomaro. Si era sicuramente nel ‘42 o ’43 ed i motivi potevano essere svariati: un malessere della Cichina o Giusep, il timore di reiterati “allarmi” a Casale con l’alea di possibili bombardamenti, oppure le forzate vacanze scolastiche per motivi bellici. Stà di fatto… ch’ero a Pomaro con mia sorella Anna Maria, mentre Pinot badava al suo negozio di tessuti in piazza “del Cavallo” e mia madre ai lavori di casa in via Alerami, facendo la spola ogni due-tre giorni, usando il treno che fermava alla stazioncina di Villabella per raggiungerci. Erano cadute due spanne abbondanti di neve a Pomaro ed il paese pareva l’immagine di un presepio. Lungo le strade era passato lo spartineve (la losa) e, sulle aguzze selci delle vie, tre dita di ghiaccio brillavano come lame di cristallo, mentre la gente misurava i passi, giostrando tra i cumuli che ricoprivano sponde e marciapiedi.

Dalla notte dei tempi la neve è motivo di gioco ed allegria per tutti i ragazzi ed anche noi a Pomaro non facevamo eccezione. Le strade del paese, pur essendo in buona pendenza, non rispondevano appieno ai nostri disegni e non solleticavano a sufficienza il nostro desiderio di cimentarsi in un gioco particolare e spericolato. Inoltre, il passaggio di persone e carri sconsigliava la nostra chiassosa presenza, che poteva sortire giusti richiami e rimproveri da parte degli adulti.

Ma c’era un luogo a cui rivolgere la nostra attenzione, un luogo che, per il rigore dell’inverno e la collocazione topografica in ombra e tra innumerevoli alberi, attraverso i quali la luce faticava a farsi spazio, si prestava a meraviglia per quanto eravamo intenzionati di mettere in atto: la Strada della Rocca, che dalle ultime case del paese mena alla roggia. Strada che nel primo tratto – il più scosceso – scende a fianco del muro che delimita la proprietà Margara (Sacco) e che poi si digrada a valle con inclinazione meno erta, ma pur sempre severa. In totale, almeno duecento metri di delizia e rompicollo, accovacciati sul pianale di una pesante slitta di legno con tanto di timone direzionale e larghi pattini al di sotto. Chi poteva aiutare un gruppo di scavezzacolli se non quel grande cuore del fabbro del paese a nome “Stevu” ( Stefano Quartero)? Tanto lo pregammo – non mollando la presa come tante mignatte – che Egli infine cedette dopo parecchie e giuste esitazioni ed inviti alla prudenza: “cercate di distribuire il peso in modo uniforme su tutto il pianale e – sopratutto – azionate il timone che comanda la direzione dei pattini anteriori, molto prima d’imboccare la curva. In caso andrete a finire tra gli alberi della sponda destra che cala quasi a strapiombo e vi romperete l’osso del collo, razza… di malandrini, che ne studiate almeno una al giorno!”.

Con la lena e la perizia che lo caratterizzavano, “Stevu “ finì la sua opera in breve e noi vincemmo la partita. La slitta ci parve il più bello dei regali, anche se il Natale – tempo allora di poveri doni – era trascorso da un pezzo. Era un veicolo essenziale come struttura, ma robusto ed affidabile. I pattini, corti e ricurvi, erano stati probabilmente ricavati da una vecchia balestra d’automobile. Non rimaneva che cavalcare questo ” bob” artigianale e mettere alla prova il nostro coraggio. Malgrado i moltissimi anni trascorsi, rammento l’emozione che ci saliva dal cuore in quel primo pomeriggio del rigido Gennaio. La strada, nella fredda luce invernale che filtrava attraverso gli alti alberi, luccicava di gelidi bagliori come la superficie di uno specchio, tra le due alte sponde di neve che la “losa” aveva prodotto.

Seguimmo alla lettera i consigli del fabbro e ponemmo il più robusto di noi ad azionare la leva dei pattini. Consapevole di tale importante incarico, Egli impugnò la leva e l’azionò molto prima che la slitta imboccasse velocissima la perigliosa curva della Rocca. Gridavamo la nostra gioia con tutto il fiato che avevamo in corpo. Per lo slancio poderoso, la slitta era giunta ben oltre il sentiero che porta alla “ciacchetta”. A tal punto giunse il problema, per altro logico e previsto, di riportare a monte il nostro “gioiello”. La fatica a trascinare il mezzo in cima alla salita non fu per niente lieve. Ai margini della strada il ghiaccio era più cedevole, per cui, aiutandoci l’un l’altro, riuscimmo a farcela. Ci sorreggeva il pensiero che avremmo risentito sul nostro volto il gelido vento della velocità e, nel cuore, l’emozione che la nostra giovinezza stava donandoci.

Nei giorni che seguirono riprese a nevicare e la slitta venne affidata a Stevu affinché ce la serbasse per altre emozionanti discese. Nevicò così intensamente che pareva non dovesse smettere mai. Mia madre tornata in paese, rimase bloccata con noi e cominciò a preoccuparsi per il marito a Casale: ”guarda Catalinna che Pinot sa badare a sé stesso …ha fatto sei anni di militare …tra “ferma” e guerra sul Piave” le dicevano per rassicurarla. Ma Catalinna non volle sentire ragione e, dal momento che la ferrovia era bloccata, optò per il cavallo di S. Francesco; aveva deciso di tornarsene a piedi: ”…voi pensate che 14 chilometri di neve mi spaventino? Ho quarantatre anni e non ho paura di niente!”. Anna Maria ed io decidemmo di tornare con lei: in tre ci saremmo confortati a vicenda. Per fortuna, dal primo mattino, la nevicata era cessata. Sulla strada il manto era alto da fare paura. Pochi solchi segnavano il passaggio di carri ed armenti. Partimmo di tardo mattino e fummo fortunati poiché, giunti al crocevia con la statale, vedemmo arrivare un uomo da Monte Valenza. Era il “Moro”, un mandriano casalese noto per la bontà ed il carattere simpatico e gioviale. Ci disse: “…che bella combinazione per me! Ho portato una mandria a Sartirana passando da Terranova ed ho deciso di tornare da Torre Beretti. Molto brigata ….vita beata…!”.

Siccome io avevo le gambe corte impiegammo oltre quattro ore per giungere a Casale! Con lui accanto la fatica ci parve piùà lieve e – per di più – era tornato il sole.

Luciano ‘dla Catalina

L’intervento che sta interessando l’illuminazione del cimitero di Pomaro vuole essere un esempio di come le nuove tecnologie possono intervenire a vantaggio del risparmio energetico e di contenimento dei costi di gestione dell’impianto. La nuova illuminazione si propone come elemento discreto e rispettose del luogo; è stata realizzata interamente con l’impiego di luce LED. Si ritiene che la luce allo stato solido, i LED, rappresentino l’innovazione più significativa nel panorama della luce, sin dalla primissima produzione di energia elettrica. Grazie alle sue caratteristiche tecniche ed estetiche, consente una elevata libertà di progettazione sia in termini di uso del colore e di effetti dinamici, sia di inserimento architettonico, date le dimensioni spesso ridottissime. I LED di ultima generazione vantano una durata di vita utile elevatissima, fino a 50.000 h (circa 25 anni al 70 % del loro flusso iniziale), inoltre offrono un rendimento energetico superiore rispetto a molte
altre sorgenti luminose. Il loro fascio luminoso è quasi del tutto privo di emissione termica ed ha uno spettro pressoché esente da raggi ultravioletti ed infrarossi. Non si prevede alcun cambio di lampada, riducendo al minimo le opere di manutenzione sull’impianto di illuminazione. Abbinando ottiche ad apparecchi efficienti, un nuovo impianto può abbattere i costi energetici e di conseguenza le emissioni di CO2. Non è inconsueto ottenere risparmi energetici
superiore all’80% rispetto ad un impianto tradizionale. Quindi non ci si deve stupire se tutto il nuovo impianto consumerà come una lampadina da 100 W!

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La “tonda bellezza della Zuncheiia” (semplice, ma perfetta definizione consegnataci da Valentina) è rinata ai nostri occhi grazie alla generosità e al lavoro di Franco, Massimo, Luigi e Marino. Le nitide foto e la grafica eccellente ce la mostrano in tutta la sua ritrovata giovinezza. Al di là di quanto è stato compiuto dalla solerzia e dalle braccia dei nostri Amici, vi è un aspetto simbolico che non dev’essere assolutamente sottovalutato o perduto e che ne impreziosisce la presenza. Il pozzetto nel quale si convoglia l’acqua che scaturisce da tempo è la sistemazione più moderna e recente di un luogo che da epoca immemorabile fu – di certo – oasi di sosta di genti che, dopo il duro lavoro nei campi, vi trovò refrigerio e conforto all’arsura ed alla fatica. Un pregevole dono quindi alla memoria ed alla tradizione della nostra terra. Torna – di pari passo – alla mente la leggenda della “Fonte della Giovinezza”, dalla quale sgorgava l’acqua, matrice universale; possiamo quindi affermare con frase sommaria, che l’acqua simboleggia la totalità delle virtualità; essa è fonte ed origine di tutte le possibilità dell’esistenza. Si badi che non sono parole mie. Nel Suo celebre trattato delle “Storie delle religioni” (1946), Mircea Elìade – scrittore e scienziato rumeno – ne scrisse diffusamente, spiegando come il significato del liquido elemento – oggi sovente usato in modo vergognoso – divenne “mito”, nel quale confluirono in generosa misura tradizioni millenarie ed iniziatiche, racconti primordiali, credenze orientali, riferimenti mistici e religiosi. A sovrastare la antica fonte, la semisfera che pare la cupola di un tempo in miniatura, una “bolla” di materiali modellati a protezione del bene prezioso che fluisce al di sotto. Il tutto, con la cornice di un verde sentiero che si allunga tra le siepi. In effetti la sfera – o una parte di essa – è un sistema anch’esso simbolico al quale tutti gli individui appartengono, com’ebbe ad affermare Martin Heidegger, filosofo e pensatore tedesco. Agli Amici di Pomaro sono grato anche per un altro e più personale motivo. La vista della fonte rinata, mi ha catapultato la mente all’indietro di oltre tredici lustri. Partivo come una saetta dalla casa dei nonni e prendevo per un breve tratto la polverosa strada per Villabella. Subito oltre il cortile della “Bigia e Sandron”, imboccavo l’allora stretto sentiero che – prodigo di ortiche, edera e rovi pungenti – correva verso la cascin-na ‘d Baduc, limitrofa alla sassosa direttrice che sale a Monte, ma puntavo subito alla casa di zio Paolo Carelli, ignorando le esortazioni di nonna Cichina che mi ammoniva: “…quand cat pasi an tis santè… dì sempar in ‘requiem… parché lì riva… ‘na vota a iera al camposanto”. In altre pagine, di zio “Paulon” e della Sua straordinaria vita ho già diffusamente scritto, per cui non voglio ripetermi, tediando il lettore. Ero attratto nei Suoi confronti – oltre il profondo affetto che Gli portavo – dalla Sua figura di uomo ribelle ed anarcoide. Un mattino Egli ebbe a narrarmi con quel Suo inconfondibile ed ironico idioma, miscellanea d’italiano maccheronico e svariati dialetti: “…se c’è una cosa che non tollero è vedermi “rosicchiare” la verdura nell’orto; lavorare di vanga e di zappa e curare il tuo pezzo di terra e cominciare dall’alba, è fatica… ed io – di anni – ne ho già abbastanza. Qualche giorno addietro, appena uscito in cortile, vedo in fondo all’orto la lepre che sta facendo il comodo suo con la mia insalata. “Sbrano” (si riferiva al Suo compagno a quattro zampe dalla razza indefinibile e dal carattere tosto) non si muoveva dalla cuccia malgrado lo chiamassi sottovoce; non stava affatto bene. Sicuramente aveva ingoiato una lucertola o un ramarro senza nemmeno masticarlo; era il suo debole! Rientro in casa e carico la doppietta con una delle cartucce che mi preparo da solo. Tu sai – Luciano – che non guardo tanto per il sottile con le dosi della “Sipe” (polvere da sparo). Punto la ladra e faccio partire la schioppettata. Per la verità… la botta non mi convince per niente. La lepre fa una piroetta all’indietro, si rialza e passando sotto il filo spinato della cinta, se ne va di corsa lungo il sentiero verso la fontana; però – a ben pensarci – correva un poco… sbilenca. Borbotto un “Porco diavolo” per averla mancata, ma – in fondo – mi consolo per averle dato almeno una lezione. Poso il fucile e mi metto a lavoro. Dopo un paio d’ore… mi dico: “Paolo…adesso basta così…vai a bere due sorsi alla “Suncheija”… e lascia stare la Barbera per l’ora del pranzo…”. Così faccio e quando arrivo alla fontana sai che cosa vedo? Vedo la lepre stecchita in fondo al pozzetto; era arrivata fin lì di corsa… ma poi non ce l’aveva fatta ad andare avanti ed era finita dentro… “te capisti” la meraviglia…?!”. Così zio “Paulon” quel mattino ebbe tre vantaggi: – Si ristorò con l’acqua della fontana… lasciando da parte il vino – Prese una bella lepre – Comprese che – tutto sommato – caricava bene le sue cartucce con la “Sipe”, anche se dosava la polvere nell’incavo della mano.

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 Luciano ‘dla Catalina

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