La visita ai nostri Cari, vivi o – purtroppo – defunti, è sempre fonte di emozione, destinata a trasformarsi in un vastissimo orizzonte ove sentimenti e ricordi si succedono senza soluzione di continuità. Così è per tutti. Lo si dichiari apertamente o lo si conservi con discrezione nel profondo del cuore. Trascorrere qualche tempo con il sole, ch’è la fiducia del mattino, o con le ombre del tramonto che sono invito alla riflessione, nel silenzio rispettoso del piccolo Camposanto di Pomaro, è la rivisitazione di un mondo lontano, tanto caro poiché fu il nostro e ci appartenne in modo completo. Lo faccio tutte le volte che mi è possibile e trovo che non vi sia nulla di più opportuno per arrecare pace allo spirito di un lento e sereno procedere lungo i lindi vialetti che ne disegnano gli spazi. La cura e l’attenzione che il caro Roberto dedica al suo lavoro è invero commovente. Occorre rilevare che ogni mansione può essere svolta in varie maniere. Semplificare il concetto pensando: “è pagato per questo!”, sarebbe concludere con biasimevole leggerezza. Egli svolge il suo compito nel modo migliore ed è una gioia per gli occhi rilevare il riassetto preciso delle siepi, l’attento e periodico rasare dell’erbe che crescono con virulenza, poiché la natura ha le sue leggi immutabili. Nella sua mano e nei suoi gesti vi è un profondo rispetto. Rifletto che secondo molte credenze il genere umano ha iniziato il proprio percorso di vita in un “giardino”. Lo afferma pure la “Genesi”: un giardino di terra recintata, in cui soffermarsi come rifugio. Lo ribadisce oggi Robert Harrison, scrittore filosofo, nel terzo della sua splendida trilogia; terzo libro che ha titolo: “Il Dominio dei Morti”. Qui, nel “Giardino” di Pomaro, ogni passo incontra un nome noto. Ogni nome ha sovente un aneddoto, sia pur breve o – per lo meno – l’ombra di un ricordo da rammentarmi, di una frase che si è fermata come un sassolino nei recessi della mente. Qui c’è una selva di Persone che ho conosciuto, che mi hanno parlato, sorriso o rimproverato, allorché i pruriti dell’infanzia e della giovinezza tracimavano, diventando invadenti o sbarazzini. Nella zona più silenziosa del Giardino, in mezzo ad una corona di volti, ecco quello – serio e compunto – di un giovane. Il più giovane dei miei amici di Pomaro: Gino Marchese, andatosene nel lontano 1957 a soli ventiquattro anni, lasciando la madre che in quell’unico figlio aveva riposto le più fascinose speranze. Lo rammento il viso di quella madre, ritratto impietrito di un dolore senza fine, muto e disperato, pieno di stupore di strazio. Lo ricordo con lo sguardo lucido ed ormai vuoto di lacrime, immutato sino alla fine dei suoi giorni. Proseguo il cammino dopo aver perso la conta. Lungo un lato del perimetro del settore più antico, riposa da sessantasei anni Cristina Carelli, sorella di mia nonna materna, scomparsa con il non lieve fardello dei suoi ottantadue anni. Donna fiera ed intrepida… zia Cristina, della quale non ho perduto i tratti del volto. Donna che visse una gioventù tribolata da una malattia che la debilitava in modo costante, tenendo sempre il capo eretto e non cedendo di un palmo la propria dignità contadina. Mi narrava nonna Cichina che la sorella rimaneva a casa a preparare il cibo e a rassettare, mentre Lei ed i Fratelli andavano a sgobbare sotto il sole implacabile o il rigore umido e pungente degli Autunni. Ai mugugni dei maschi non opponeva risposta alcuna, limitandosi a guardarli severamente negli occhi, mentre scodellava loro la minestra, preparata con cura e dedizione. Una sola volta disse con voce sottile e tagliente mentre tutti abbassavano lo sguardo: “…continuerò fino alla fine dei miei giorni se sarà necessario e se il Buon Dio non mi toglierà la malattia, a starmene a casa a cucinare e rammendare per voi. Non state a perdervi in inutili brontolii o taciti rimproveri, perché… se avanzate la minestra la ritroverete nel piatto questa sera ed ancora domani. A casa nostra non si spreca niente”. Un tempo la vita nel nostro Paese era proprio questa: poche moine, molte rinunce, e tanto lavoro di braccia. Mentre passo sotto l’alto porticato dell’ingresso a guadagnare l’uscita, col cigolio del vecchio cancello, m’inseguono sommessi saluti: quello ironico del Luigi Capra e del Vincenzino Piatti… quello pungente dell’Elio Levriero (“ciau testa uissa”)… quello triste dell’Eugenio Carelli…quello…quello…quello…

Quando discendo la breve rampa che mena alla piazza davanti alla cinta del Giardino, alzo gli occhi a leggere la scritta sulla parete: “SOLDATI. Si sta come d’Autunno sugli alberi le foglie”. Non solo “Soldati” caro…grandissimo… Ungaretti. Noi tutti siamo foglie d’Autunno.  

Luciano ‘dla Catalina

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