La “tonda bellezza della Zuncheiia” (semplice, ma perfetta definizione consegnataci da Valentina) è rinata ai nostri occhi grazie alla generosità e al lavoro di Franco, Massimo, Luigi e Marino. Le nitide foto e la grafica eccellente ce la mostrano in tutta la sua ritrovata giovinezza. Al di là di quanto è stato compiuto dalla solerzia e dalle braccia dei nostri Amici, vi è un aspetto simbolico che non dev’essere assolutamente sottovalutato o perduto e che ne impreziosisce la presenza. Il pozzetto nel quale si convoglia l’acqua che scaturisce da tempo è la sistemazione più moderna e recente di un luogo che da epoca immemorabile fu – di certo – oasi di sosta di genti che, dopo il duro lavoro nei campi, vi trovò refrigerio e conforto all’arsura ed alla fatica. Un pregevole dono quindi alla memoria ed alla tradizione della nostra terra. Torna – di pari passo – alla mente la leggenda della “Fonte della Giovinezza”, dalla quale sgorgava l’acqua, matrice universale; possiamo quindi affermare con frase sommaria, che l’acqua simboleggia la totalità delle virtualità; essa è fonte ed origine di tutte le possibilità dell’esistenza. Si badi che non sono parole mie. Nel Suo celebre trattato delle “Storie delle religioni” (1946), Mircea Elìade – scrittore e scienziato rumeno – ne scrisse diffusamente, spiegando come il significato del liquido elemento – oggi sovente usato in modo vergognoso – divenne “mito”, nel quale confluirono in generosa misura tradizioni millenarie ed iniziatiche, racconti primordiali, credenze orientali, riferimenti mistici e religiosi. A sovrastare la antica fonte, la semisfera che pare la cupola di un tempo in miniatura, una “bolla” di materiali modellati a protezione del bene prezioso che fluisce al di sotto. Il tutto, con la cornice di un verde sentiero che si allunga tra le siepi. In effetti la sfera – o una parte di essa – è un sistema anch’esso simbolico al quale tutti gli individui appartengono, com’ebbe ad affermare Martin Heidegger, filosofo e pensatore tedesco. Agli Amici di Pomaro sono grato anche per un altro e più personale motivo. La vista della fonte rinata, mi ha catapultato la mente all’indietro di oltre tredici lustri. Partivo come una saetta dalla casa dei nonni e prendevo per un breve tratto la polverosa strada per Villabella. Subito oltre il cortile della “Bigia e Sandron”, imboccavo l’allora stretto sentiero che – prodigo di ortiche, edera e rovi pungenti – correva verso la cascin-na ‘d Baduc, limitrofa alla sassosa direttrice che sale a Monte, ma puntavo subito alla casa di zio Paolo Carelli, ignorando le esortazioni di nonna Cichina che mi ammoniva: “…quand cat pasi an tis santè… dì sempar in ‘requiem… parché lì riva… ‘na vota a iera al camposanto”. In altre pagine, di zio “Paulon” e della Sua straordinaria vita ho già diffusamente scritto, per cui non voglio ripetermi, tediando il lettore. Ero attratto nei Suoi confronti – oltre il profondo affetto che Gli portavo – dalla Sua figura di uomo ribelle ed anarcoide. Un mattino Egli ebbe a narrarmi con quel Suo inconfondibile ed ironico idioma, miscellanea d’italiano maccheronico e svariati dialetti: “…se c’è una cosa che non tollero è vedermi “rosicchiare” la verdura nell’orto; lavorare di vanga e di zappa e curare il tuo pezzo di terra e cominciare dall’alba, è fatica… ed io – di anni – ne ho già abbastanza. Qualche giorno addietro, appena uscito in cortile, vedo in fondo all’orto la lepre che sta facendo il comodo suo con la mia insalata. “Sbrano” (si riferiva al Suo compagno a quattro zampe dalla razza indefinibile e dal carattere tosto) non si muoveva dalla cuccia malgrado lo chiamassi sottovoce; non stava affatto bene. Sicuramente aveva ingoiato una lucertola o un ramarro senza nemmeno masticarlo; era il suo debole! Rientro in casa e carico la doppietta con una delle cartucce che mi preparo da solo. Tu sai – Luciano – che non guardo tanto per il sottile con le dosi della “Sipe” (polvere da sparo). Punto la ladra e faccio partire la schioppettata. Per la verità… la botta non mi convince per niente. La lepre fa una piroetta all’indietro, si rialza e passando sotto il filo spinato della cinta, se ne va di corsa lungo il sentiero verso la fontana; però – a ben pensarci – correva un poco… sbilenca. Borbotto un “Porco diavolo” per averla mancata, ma – in fondo – mi consolo per averle dato almeno una lezione. Poso il fucile e mi metto a lavoro. Dopo un paio d’ore… mi dico: “Paolo…adesso basta così…vai a bere due sorsi alla “Suncheija”… e lascia stare la Barbera per l’ora del pranzo…”. Così faccio e quando arrivo alla fontana sai che cosa vedo? Vedo la lepre stecchita in fondo al pozzetto; era arrivata fin lì di corsa… ma poi non ce l’aveva fatta ad andare avanti ed era finita dentro… “te capisti” la meraviglia…?!”. Così zio “Paulon” quel mattino ebbe tre vantaggi: – Si ristorò con l’acqua della fontana… lasciando da parte il vino – Prese una bella lepre – Comprese che – tutto sommato – caricava bene le sue cartucce con la “Sipe”, anche se dosava la polvere nell’incavo della mano.

 zuncheiia

 Luciano ‘dla Catalina

Annunci