A dire la verità, non rammento il motivo per il quale, in quel duro inverno e nei giorni del crudo Gennaio, parte della mia famiglia fosse a Pomaro. Si era sicuramente nel ‘42 o ’43 ed i motivi potevano essere svariati: un malessere della Cichina o Giusep, il timore di reiterati “allarmi” a Casale con l’alea di possibili bombardamenti, oppure le forzate vacanze scolastiche per motivi bellici. Stà di fatto… ch’ero a Pomaro con mia sorella Anna Maria, mentre Pinot badava al suo negozio di tessuti in piazza “del Cavallo” e mia madre ai lavori di casa in via Alerami, facendo la spola ogni due-tre giorni, usando il treno che fermava alla stazioncina di Villabella per raggiungerci. Erano cadute due spanne abbondanti di neve a Pomaro ed il paese pareva l’immagine di un presepio. Lungo le strade era passato lo spartineve (la losa) e, sulle aguzze selci delle vie, tre dita di ghiaccio brillavano come lame di cristallo, mentre la gente misurava i passi, giostrando tra i cumuli che ricoprivano sponde e marciapiedi.

Dalla notte dei tempi la neve è motivo di gioco ed allegria per tutti i ragazzi ed anche noi a Pomaro non facevamo eccezione. Le strade del paese, pur essendo in buona pendenza, non rispondevano appieno ai nostri disegni e non solleticavano a sufficienza il nostro desiderio di cimentarsi in un gioco particolare e spericolato. Inoltre, il passaggio di persone e carri sconsigliava la nostra chiassosa presenza, che poteva sortire giusti richiami e rimproveri da parte degli adulti.

Ma c’era un luogo a cui rivolgere la nostra attenzione, un luogo che, per il rigore dell’inverno e la collocazione topografica in ombra e tra innumerevoli alberi, attraverso i quali la luce faticava a farsi spazio, si prestava a meraviglia per quanto eravamo intenzionati di mettere in atto: la Strada della Rocca, che dalle ultime case del paese mena alla roggia. Strada che nel primo tratto – il più scosceso – scende a fianco del muro che delimita la proprietà Margara (Sacco) e che poi si digrada a valle con inclinazione meno erta, ma pur sempre severa. In totale, almeno duecento metri di delizia e rompicollo, accovacciati sul pianale di una pesante slitta di legno con tanto di timone direzionale e larghi pattini al di sotto. Chi poteva aiutare un gruppo di scavezzacolli se non quel grande cuore del fabbro del paese a nome “Stevu” ( Stefano Quartero)? Tanto lo pregammo – non mollando la presa come tante mignatte – che Egli infine cedette dopo parecchie e giuste esitazioni ed inviti alla prudenza: “cercate di distribuire il peso in modo uniforme su tutto il pianale e – sopratutto – azionate il timone che comanda la direzione dei pattini anteriori, molto prima d’imboccare la curva. In caso andrete a finire tra gli alberi della sponda destra che cala quasi a strapiombo e vi romperete l’osso del collo, razza… di malandrini, che ne studiate almeno una al giorno!”.

Con la lena e la perizia che lo caratterizzavano, “Stevu “ finì la sua opera in breve e noi vincemmo la partita. La slitta ci parve il più bello dei regali, anche se il Natale – tempo allora di poveri doni – era trascorso da un pezzo. Era un veicolo essenziale come struttura, ma robusto ed affidabile. I pattini, corti e ricurvi, erano stati probabilmente ricavati da una vecchia balestra d’automobile. Non rimaneva che cavalcare questo ” bob” artigianale e mettere alla prova il nostro coraggio. Malgrado i moltissimi anni trascorsi, rammento l’emozione che ci saliva dal cuore in quel primo pomeriggio del rigido Gennaio. La strada, nella fredda luce invernale che filtrava attraverso gli alti alberi, luccicava di gelidi bagliori come la superficie di uno specchio, tra le due alte sponde di neve che la “losa” aveva prodotto.

Seguimmo alla lettera i consigli del fabbro e ponemmo il più robusto di noi ad azionare la leva dei pattini. Consapevole di tale importante incarico, Egli impugnò la leva e l’azionò molto prima che la slitta imboccasse velocissima la perigliosa curva della Rocca. Gridavamo la nostra gioia con tutto il fiato che avevamo in corpo. Per lo slancio poderoso, la slitta era giunta ben oltre il sentiero che porta alla “ciacchetta”. A tal punto giunse il problema, per altro logico e previsto, di riportare a monte il nostro “gioiello”. La fatica a trascinare il mezzo in cima alla salita non fu per niente lieve. Ai margini della strada il ghiaccio era più cedevole, per cui, aiutandoci l’un l’altro, riuscimmo a farcela. Ci sorreggeva il pensiero che avremmo risentito sul nostro volto il gelido vento della velocità e, nel cuore, l’emozione che la nostra giovinezza stava donandoci.

Nei giorni che seguirono riprese a nevicare e la slitta venne affidata a Stevu affinché ce la serbasse per altre emozionanti discese. Nevicò così intensamente che pareva non dovesse smettere mai. Mia madre tornata in paese, rimase bloccata con noi e cominciò a preoccuparsi per il marito a Casale: ”guarda Catalinna che Pinot sa badare a sé stesso …ha fatto sei anni di militare …tra “ferma” e guerra sul Piave” le dicevano per rassicurarla. Ma Catalinna non volle sentire ragione e, dal momento che la ferrovia era bloccata, optò per il cavallo di S. Francesco; aveva deciso di tornarsene a piedi: ”…voi pensate che 14 chilometri di neve mi spaventino? Ho quarantatre anni e non ho paura di niente!”. Anna Maria ed io decidemmo di tornare con lei: in tre ci saremmo confortati a vicenda. Per fortuna, dal primo mattino, la nevicata era cessata. Sulla strada il manto era alto da fare paura. Pochi solchi segnavano il passaggio di carri ed armenti. Partimmo di tardo mattino e fummo fortunati poiché, giunti al crocevia con la statale, vedemmo arrivare un uomo da Monte Valenza. Era il “Moro”, un mandriano casalese noto per la bontà ed il carattere simpatico e gioviale. Ci disse: “…che bella combinazione per me! Ho portato una mandria a Sartirana passando da Terranova ed ho deciso di tornare da Torre Beretti. Molto brigata ….vita beata…!”.

Siccome io avevo le gambe corte impiegammo oltre quattro ore per giungere a Casale! Con lui accanto la fatica ci parve piùà lieve e – per di più – era tornato il sole.

Luciano ‘dla Catalina

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